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Le migrazioni e i processi di integrazione

 

Nelle società in cui è rilevante la presenza di numerose etnie diverse, il percorso, lungo il quale ricercare una convivenza il più possibile non permanentemente conflittuale, di reciproca comprensione e tolleranza, è sempre stato ed è difficile. Il passaggio dall'intolleranza all'integrazione è piena di ostacoli di ordine culturale, psicologico ed economico-sociale che possono essere causa non solo di mere incomprensioni, ma spesso anche di scontri e comunque sempre di disagi e di sofferenze. Per quanto difficile sia, tanto da poter sembrare utopica, il superamento dei principali ostacoli è possibile soprattutto attraverso la comprensione dei valori altrui finalizzata alla identificazione di quelli che possono essere condivisi per arrivare a una nuova, comune concezione e pratica del convivere insieme.


Uno studioso impegnato nei problemi che inevitabilmente sorgono nelle società multietniche ha scritto: ''Noi non possiamo integrare loro fintanto che rimaniamo noi: dobbiamo sfumare questa nozione per creare uno spazio comune in cui loro possano essere accolti e divenire parte di un nuovo noi''.


Non basta dunque arrivare a riconoscere e rispettare le differenze, è necessario ricomporle in una nuova visione del mondo e del modo di viverci insieme. Questa strada è già aperta anche in Italia, sia pure ancora per un breve tratto: lo dicono i dati sulla popolazione, non solo e non tanto quelli riferiti al fatto che gli stranieri residenti nel nostro paese sono (2007) già altre 3,5 milioni (provenienti dall'Africa, dall'Asia, dall'America latina, dall'Est europeo) quanto piuttosto che i figli di migranti nati qui sono passati da poco più di 9 mila nel 1995 a circa 58 mila nel 2006, il 10,3 per cento di tutti i nati in quell'anno. Nascite e ricongiungimenti familiari hanno portato il numero dei minori stranieri in Italia nel 2006 a 587.500 residenti. Sempre più consistenti sono i matrimoni misti: oltre 33 mila nel 2005, il 13,5 per cento di tutti i matrimoni celebrati in quell'anno. Infine, per guardare realisticamente alla composizione della popolazione italiana in un futuro non tanto lontano, occorre tener conto che le donne migranti hanno una propensione ad avere figli doppia rispetto alle donne italiane.
Naturalmente, la componente italiana della popolazione continuerà ad essere dominante e il pendolo delle relazioni con le minoranze non mancherà di oscillare ancora per molto tempo fra discriminazione e assimilazione, quando le tradizioni e le origini storico-geografiche dei gruppi minoritari non saranno più determinanti per comportamenti diversi da quelli della maggioranza della popolazione a loro volta frequente causa di una distribuzione ineguale delle risorse sociali.
A quel punto, non avrebbe più senso parlare di minoranze, così come, per esempio, da lunghissimo tempo nessuno pensa più ai meridionali che vivono al Nord come a delle minoranze.

L'integrazione parte dall'educazione dei bambini

I processi di accettata inclusione delle minoranze nella maggioranza possono essere attivati in vari modi, ma uno appare essere il più efficace e soprattutto capace di dare frutti con grande immediatezza ed è quello che valorizza il patrimonio fondamentale per lo sviluppo civile di ogni futura società: i bambini, soprattutto nell'ambito della scuola, ma certamente anche in quello della famiglia.


Nel considerare le possibilità di superare le difficoltà di accettare lo ''straniero'', due sono i punti fermi su cui gli studiosi di tutto il mondo sono d'accordo:

  1. Non vi è differenza innata, fra le genti per diverse che siano, nella capacità di sviluppo intellettuale ed emotivo.
  2. Le differenze genetiche sono insignificanti nella determinazione delle differenze sociali e culturali che possono caratterizzare i differenti gruppi di uomini che popolano la Terra. La morale è che tutto, o quasi, è costruibile, anche la convivenza fra maggioranze e minoranze. Delle molte condizioni necessarie per perseguire questo obiettivo, una è fondamentale: l'assenza del pregiudizio.

A prescindere dal ruolo fondamentale della famiglia, è nella scuola (senza tralasciare le opportunità dell'asilo nido) che si può creare un clima di reciproca accoglienza fra bambini e ragazzi di diversa estrazione etnica, sociale e culturale e far percepire qualsiasi tipo di diversità come un valore che può arricchire tutti. Naturalmente, l'impresa non manca di difficoltà.

La prima, forse madre di tutte le altre, consiste nella diffusa, e quasi naturale tendenza a considerare la propria cultura, le proprie abitudini e stili di vita superiori a quelli delle minoranze, essere cioè portatori di quello che viene definito etnocentrismo.

Una seconda difficoltà può essere rappresentata dall'incomprensione dei modi di pensare e di essere di bambini sospesi fra una cultura familiare tradizionale, spesso assai diversa da quella dominante nella comunità di accoglienza, e quest'ultima.

Tale diffusa incomprensione comporta tre rischi: da una parte, il rifiuto di accettare convinzioni lontane dalle proprie e quindi l'emarginazione delle persone che ne sono portatrici; dall'altra, la pressione culturale e sociale su di loro perché abbandonino le proprie credenze ed eventualmente adottino le nuove; e una terza possibilità, quella di rimanere senza nulla, privati di identità e della precipua caratteristica dell'essere umano che è quella di appartenere a una cultura, in cui vive, pensa, viene pensato e accettato per quello che è nei pensieri, nelle credenze, nei sentimenti, nei comportamenti.

Queste possibilità spesso non sono evidenti e considerate a livello di bambini, di cui alla fine si finisce per trascurarne la sofferenza e la difficoltà di integrazione. Le possibili difficoltà non riguardano soltanto i bambini e i ragazzi ''stranieri'', ma anche gli altri, quando le esigenze di convivenza non trovano un ponte che colleghi costruttivamente mondi effettivamente diversi, generando disagio in chi non viene accettato e in chi si sente colpito nei propri valori e nelle proprie abitudini di vita, con l'aggravante della reciproca consapevolezza di non poter distanziarsi gli uni dagli altri.

Raccontare e raccontarsi per capirsi di più

La creazione di un sereno clima di accoglienza è un presupposto importante nei processi di integrazione-assimilazione che tuttavia devono essere sostanziati da precise attività educative e didattiche, modulate secondo gli stadi di sviluppo dei bambini coinvolti come è lunga, consolidata e spesso eccellente tradizione della scuola italiana. Per le intuitive ragioni intrinseche al Progetto "Leggere per Crescere", di cui questa pubblicazione è periodica espressione, il lavoro di integrazione nella scuola (con un'attenzione particolare rivolta alla scuola dell'infanzia e alla primaria), che può contare su una ricca gamma di attività, ha certamente nella narrazione e nella lettura ad alta voce un elemento fondante.
Infatti, un racconto, una lettura, una illustrazione sono nello stesso tempo uno specchio, nel quale il bambino si guarda e si riconosce sulla base di quanto ascolta e quanto gli viene mostrato, ma anche una finestra attraverso la quale egli vede il mondo e le persone che lo popolano: se ciò che percepisce è vero e autentico (o si è fatto il possibile perché lo sia), egli avrà maggiori possibilità di costruire dentro di sé una visione delle cose, della loro varietà, delle loro diversità in larga misura sgombra da pregiudizi, presupposto di una qualità imprescindibile della convivenza: la tolleranza, forte antiveleno contro ogni forma di discriminazione.


Risultati eccellenti possono essere ottenuti organizzando narrazioni e letture centrate su miti, leggende, racconti popolari appartenenti a culture diverse. Questo tipo di narrazioni e di letture esprime le tensioni e la ricchezza della molteplicità e stimola l'interesse e il piacere verso tradizioni diverse da quelle dominanti, spesso rapportate o rapportabili ad esperienze di migrazione.


Un'altra modalità di grande efficacia è rappresentata dalla possibilità che i bambini raccontino essi stessi storie, sia su personaggi, sia di fantasia, sia su esperienze proprie e/o della propria famiglia, dalle quali possono emergere fatti, pensieri e sentimenti stimolanti la fantasia e la comprensione della diversità del mondo e delle sue genti negli altri bambini che ascoltano.


Questa attività può anche rafforzare il dialogo fra i bambini e i loro genitori, questi in quanto fonte di ricordi che diventano materia di racconti che rappresenteranno un ponte simbolico fra la famiglia e la scuola.


Bibliografia

1. Citazione tratta dal volume "Quando la cultura fa la differenza", a cura di Simona Bodo e Maria Rita Cifarelli, Maltemi 2006.

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